Lunedì 30 Giugno e giovedì 3 luglio allo stadio San Siro di Milano si sono tenute le ultime date del tour “Land of Hope and Dreams” di Bruce Springsteen. Lo stadio San Siro per Springsteen da sempre rappresenta qualcosa di importante per la sua carriera, a partire dal suo primo concerto di quarant’anni fa che ha cambiato per sempre la vita di tutte le persone presenti.
Sono stati due concerti importanti e per diversi motivi rimarranno nella storia e per l’occasione abbiamo chiesto a DARIO MIGLIORINI, blogger e scrittore, grande appassionato della musica di Springsteen che è stato ospite nella prima stagione di ROLL WITH e amico di FREEDOM STREET RADIO di scrivere il suo pensiero su quello che lui ha definitivo: “Il nuovo miracolo a Milano”.
“Poteva mai immaginare Vittorio De Sica che, settantaquattro anni dopo l’uscita della sua celebre favola cinematografica meneghina, ancora tante persone ne citassero il titolo? Miracolo a Milano, si è sentito esclamare in continuazione nel capoluogo lombardo durante la settimana appena trascorsa. Certo, non c’era più Totò, il giovane orfano che in quel film salutava tutti con un buongiorno, sperando che quella parola tornasse ad avere il suo semplice ma straordinario significato, e volava nel cielo di Milano su una scopa. C’era invece un incredibile settantacinquenne, americano di nonni italiani, che a colpi di rock stava urlando all’Italia e al mondo una parola altrettanto semplice quanto straordinaria: libertà. E a volare nel cielo milanese era il rock di Bruce Springsteen e della sua inossidabile E Street Band.
Con i concerti del 30 giugno e del 3 luglio si è chiuso il Land of Hope and Dreams Tour. Springsteen aveva pianificato questa mini-tournée di sedici date europee sulle ceneri di quattro concerti, rinviati nel 2024 a causa di una fastidiosa faringite che l’aveva colpito mentre faceva il matto sotto la pioggia battente inglese.
I due concerti milanesi, proprio due di quelle date rinviate, hanno visto il celebre stadio di San Siro stracolmo in ogni ordine di posto. La percezione del miracolo a Milano, del resto, si fondava su un’altra speciale ricorrenza. Risale infatti a giugno 1985, quarant’anni fa, il primo storico concerto di Springsteen in Italia, proprio in quello stadio. Un concerto che aveva portato in Italia un’ondata rock dall’intensità live come forse non si era mai sentita. Fu anche grazie a quel concerto e a quell’imponente tour che il rock, in particolare la sua essenza live, superarono la sfida lanciata dalla musica dance, dal massiccio utilizzo dell’elettronica e da pratiche odiose come il playback, per arrivare intatto ai nostri giorni. Allora Springsteen aveva trentacinque anni e sfiorava le quattro di concerto. Nel tempo si è esibito un’altra manciata di volte a San Siro e ha superato i cinquanta concerti suonati in Italia. Ma i due ultimi concerti milanesi si sono ammantati di un alone di eccezionalità come difficilmente si potesse immaginare alla vigilia.
Saranno state le ricorrenze già citate (nella seconda data Bruce ha chiuso con Rockin’ All Over The World di John Fogerty, proprio come quella volta di quarant’anni prima). Sarà stata la consapevolezza della definitiva chiusura di un tour di 130 concerti, spezzati in più tronconi lungo il triennio 2023/25. Sarà stata la proverbiale energia del pubblico italiano, sempre pronto a far sentire il proprio amore, anche con originali forme di espressione (la coreografia sugli spalti di Our Love is Real con la scritta see me in your dreams). Sarà stato, infine, l’incredibile stato di forma di Bruce, vocalmente, spiritualmente e fisicamente ringiovanito rispetto alle apparizioni dello scorso biennio.
Il risultato è stato imperioso: due concerti che hanno trasportato rabbia, sudore e lacrime come un treno verso la terra della speranza e dei sogni. Se con il nuovo millennio il Boss aveva abituato i suoi fan a concerti dalle scalette variabili, in questo triennio Bruce ha impostato una sorta di concept live. La struttura principale delle scalette si è caratterizzata di significati ben precisi, prevedendo meno variazioni (in realtà Springsteen ha fatto girare ben 114 brani nei 130 concerti del triennio). Nel biennio 2023/24 un Bruce più stanco, provato dalla perdita di tanti vecchi amici, ha impostato il live sui temi della vecchiaia, della brevità della vita, della bellezza delle relazioni umane, dell’importanza di non lasciare nulla di intentato.
Nel 2025, complice l’elezione del secondo governo Trump, Springsteen ha impostato il messaggio sui temi della democrazia e della libertà, accusando senza mezzi termini il leader americano di demagogia, autoritarismo e incapacità. Accuse sollevate non soltanto con monologhi sottotitolati, ma anche scegliendo accuratamente le canzoni che hanno costituito l’ossatura stabile delle setlist.
A cominciare da Land of Hope and Dreams, brano sui valori della comunità che accoglie e integra gli ultimi e i perdenti, per arrivare a Chimes of Freedom di Bob Dylan, i cui rintocchi di libertà replicano quelli che Bruce ha voluto inserire nella sua splendida canzone che ha dato il nome al tour. In mezzo tante altre. Rainmaker è un’accusa in musica al demagogo che si fa beffe della gente e fabbrica pioggia. House of a Thousand Guitars oppone al “clown criminale salito al trono, che ruba ciò che non potrà mai avere”, la casa delle mille chitarre, metafora della musica, dove tutti ci ritroviamo in una comunità. Murder Incorporated è diventata centrale, del resto una canzone dal titolo Società Omicidi non può che sottendere i significati che Bruce ha esplicitamente ricordato nei suoi speech.
Arriva poi Long Walk Home, tornata dopo anni in scaletta perché Springsteen sentiva il bisogno di sottolineare i valori che devono spingere una comunità a unirsi e a non far mai sentire sola la propria gente. Non a caso proprio su quei versi comparivano a video i sottotitoli. C’è Death to my Hometown, chiaramente scelta per significare quanto i potenti senza scrupoli abbiano portato soltanto morte e dolore. Così come Youngstown ricorda a tutti, in particolare al nostro caro leader, come Bruce chiama il suo presidente, che la grandezza dell’America è stata costruita sulla fatica, spesso sulla vita, di chi ha lavorato duramente e poi è stato dimenticato.
Anche altre canzoni si sono nell’occasione riempite di significati nuovi. No Surrender porta già nel titolo lo sprone a non arrendersi in questi tempi difficili per la democrazia americana e l’equilibrio mondiale. In The Promised Land il protagonista, nel credere in una terra più giusta, urla che “spazzerà via tutti coloro che non hanno la fede per rimanere su questa terra”. Atlantic City dipinge il malaffare generatosi intorno al gioco d’azzardo, una speculazione a cui ha abbondantemente partecipato, da privato cittadino e con alterne fortune, lo stesso Trump.
My Love will not Let you Down, seppur canzone d’amore, cita verbalmente “sto per buttare giù tutti i tuoi muri”, un riferimento che non pare casuale. In My City Of Ruins Bruce invita tutti a rialzarsi e a rimboccarsi le maniche in un’America che cade a pezzi. Badlands, canzone intrisa di rabbia e speranza, invita alla ribellione contro le terre malvage, l’America stessa, dove il ricco vuole diventare re, fino a governare su tutto. Born in the U.S.A., infine, ribadisce l’orgoglio dell’appartenenza alla propria nazione, pur negli errori che l’America ha compiuto e, secondo Springsteen, sta tuttora compiendo, specie nelle scelte elettorali.
Un significato particolare ha avuto poi, nelle due serate milanesi, Wrecking Ball, canzone che accusa le istituzioni americane di aver abbattuto il glorioso Giants Stadium per costruirci un parcheggio. Bruce dedica la canzone a San Siro, stadio da anni sottoposto alla minaccia dell’abbattimento. Nel corso della canzone, in un momento lungo la seconda strofa, il rocker interrompe il testo e urla più volte il suo ormai celebre San Sirooooo, una sorta di appello perché questo tempio di sport e musica resti in piedi.
Un messaggio particolare che, insieme a mille altri significati, ha reso i due concerti di Milano ancora una volta leggendari. Springsteen, rabbioso e tenace, ma anche sorridente e ottimista, ha dato tutto. Il popolo italiano, insieme ai tantissimi stranieri accorsi a Milano, anche. La musica di questo grande uomo, poeta e cantore, condottiero di una pacifica macchina da guerra come poche se ne sono viste nella storia della musica, ha fatto il resto.”


